Sinestesie 2023

Il nostro primo progetto, il nostro sogno

Ciò che emerge dal Simposio Arte e Natura – SINESTESIE 2023 al Parco Ecologico San Jacchiddu è una sinergia straordinaria tra creatività e natura, un connubio che ha superato ogni aspettativa. L’esperienza è stata un viaggio emozionante attraverso progetti artistici innovativi e performance coinvolgenti, arricchite dalla bellezza del luogo. L’organizzazione ha dimostrato grande impegno e competenza, garantendo un evento fluido e stimolante. Tuttavia, ci sono sempre spazi per migliorare e accogliamo con gratitudine ogni suggerimento. Il momento più intenso è stato l’incontro con l’essenza del luogo, un’esperienza che ha toccato profondamente tutti noi. Guardando al futuro, desideriamo continuare questa straordinaria esperienza, coinvolgendo sempre più persone e approfondendo il legame tra arte e natura. Siamo grati per il supporto della comunità e dell’associazione, e guardiamo avanti con entusiasmo a nuove collaborazioni e progetti.

Posta a distanza sulla montagna, la Mano di Cariddi si pone come elemento straniante all’interno del paesaggio, che si fonde con esso ma al contempo risalta per la sua stranezza. Ispirato dalla leggenda di Scilla e Cariddi, GioZu ha immaginato questi mostri distesi sotto la superficie del mare e della terra, come adagiati a riposare, ed ha quindi scelto di rappresentare un altro punto di emersione di questi corpi enormi.

Leggende e miti come quello di Scilla e Cariddi, creati in modo collettivo nel tentativo di spiegare la particolare conformazione del territorio dello Stretto e dell’intera Sicilia, hanno finito per agire su di esso, costituendone l’essenza profonda in una visione in cui tutto ha un’anima. Tramite queste spiegazioni e personificazioni delle energie naturali, i popoli che hanno abitato queste isole hanno compreso un fatto fondamentale, che oggi sembra in molti casi sfuggirci: tutto è connesso e vivo, e se da un lato questa vita rimane sotterranea, al di là del nostro sguardo quotidiano, dall’altro ci influenza direttamente, costituendo per noi un pericolo o una ricchezza, ma sempre una scoperta.

Il luogo dell’istallazione ha comportato un lavoro in solitaria che riflette l’aspetto eremitico e naturalistico a cui è ispirato il Parco Ecologico. Nella visione di GioZu, però, la meditazione non ha niente a che fare con l’inattività; al contrario, è l’attività stessa a costituire il centro della meditazione, in una spinta a costruire che non si ferma neanche a risultato compiuto, ma si mantiene rinnovandosi attraverso i luoghi e le idee.

GioZu

La mano di Cariddi

Istallazione Canne di Bamboo, cartapesta 300 x 150 x 40 cm

Argiris Rallias

Raccontami

Tecnica del muro a secco, 110 x 80 x 40 cm




La statua di presenta come una sedia che ricorda una figura umana, costruita utilizzando la stessa tecnica dei muri a secco che cingono l’Agorà, oggi come ieri un luogo di ritrovo e di condivisione scelto dall’artista anche per via delle sue origini greche. 

 

Utilizzando una tecnica antica come quella del muro a secco, l’opera rimanda alla modifica del territorio che l’uomo opera mediante il suo lavoro, trasformazione che attraversa i secoli e che permane anche quando l’uomo stesso se ne va o scompare. Ispirandosi ai versi di Pessoa, Argiris tenta di imprimere l’uomo stesso nel mondo, o almeno la sua immagine o la sua traccia, affidandosi alle tecniche che hanno dato forma alla nostra geografia e alla nostra storia.

I muri a secco che caratterizzano questo luogo come molti altri in tutto il Mediterraneo sono testamento di un’antica tecnica di coltivazione che accomuna paesaggi collinari e marittimi. In particolare, in Grecia questa tradizione si incarna nei cosiddetti Aloni, muri a secco circolari utilizzati per la raccolta dei semi e per la fertilizzazione dei campi circostanti.

Così come le pietre dei muri a secco, quelle che compongono la statua non sono state lavorate direttamente, ma semplicemente raccolte e riordinate in modo da creare la figura. L’artista impersona così il lavoro di chi è già passato da questi luoghi lasciando il suo segno, e si incarica inoltre di dare una nuova sistemazione e un nuovo significato a quelle parti distrutte e rovinate dal tempo, mantenendone e rinnovandone la memoria.

  

 

 

 

L’opera, composta da quattro pezzi di argilla scomponibili che riproducono le forme naturali di un albero, è ispirata agli Hibaku Jumoko: alberi colpiti dalle esplosioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki che, dopo pochi mesi, hanno ricominciato a mettere radici ed a crescere, a volte in maniera improvvisa, dimostrando la forza di una natura che, anche di fronte al più catastrofico degli eventi, riesce sempre a far rifiorire la propria vitalità. 

 

La statua è opera di Giulia Bonora e Piero Basilicò, autori geograficamente e anagraficamente distanti, ma accomunati dalla stessa passione verso l’argilla e la sua lavorazione. Gli artisti hanno deciso di costruire due parti dell’opera a testa e poi incastrarle in modo alternato, per rappresentare simbolicamente questa nuova ed inaspettata collaborazione. I piani sono costruiti in argilla, materiale ambivalente che ha sempre avuto un ruolo fondamentale sia nella creazione di oggetti d’uso che in quella di opere artistiche, mentre la texture è stata creata utilizzando della pietra lavica. Questa pietra tipica delle zone vulcaniche e diffusissima in Sicilia è, secondo gli artisti, “forgiata nel forno della natura”, e per questo motivo si è deciso di riprodurre le sue forme direttamente nell’argilla. Con una sorta di movimento ciclico, l’opera della natura viene utilizzata per dare forma a quella umana, dando prova della continuità tra i due termini. 

 

La scomponibilità dell’opera rimanda inoltre a un tema che entrambi gli artisti hanno affrontato personalmente: quello della frammentarietà. Giulia ha incentrato la sua riflessione sul concetto di atomo, e su come questa unità fondamentale e inscindibile sia la base delle relazioni che costituiscono la vita e si inserisca, dunque, in una catena in cui trova il suo posto, il suo senso e il suo significato, dimostrando come l’unità fondamentale della vita esista solo a partire dalle relazioni che essa intrattiene con le altre unità. Piero, da parte sua, si è concentrato sulla frammentarietà in poesia, con attenzione ai lirici greci e agli Haiku giapponesi. Si tratta di piccole unità di significato che, sopravvissute alla distruzione del contesto in cui si ponevano, sono arrivate a noi come libere, capaci di inserirsi in ogni contesto e di rinnovarsi costantemente.

Giulia Bonora
Piero Basilicò

Hibaku Yumoko

Terracotta, ferro, 200 x 40 x 50 cm

Francesco Re Li Calzi

Il regno dei cieli

Ferro, paglia, fichi d'india, diametro 120 cm

 

 

L’opera è costituita da una sfera di fieno e metallo coperta di fichi ed inserita nel fossato di Forte San Jachiddu, adibito da anni a recinto per le capre. L’artista si è limitato a costruire la sfera e a posizionarla, lasciando poi che la golosità degli animali li portasse a inscenare una vera e propria performance naturale.

 

La scelta della forma sferica risiede nella sua natura di simbolo universale che rimanda agli astri, al mondo e, grazie al colore giallo del fieno e al rosso vivo dei fichi, al Sole. Francesco Re Li Calzi ha dunque deciso di portare questo astro nel luogo più umile e di donarlo ad animali altrettanto umili, affinché se ne nutrano e lo consumino. Il risultato dell’energia del sole viene donato ogni giorno agli esseri viventi che ne godono la luce, in una rappresentazione del ciclo naturale e della sua unità. 

 

I frutti sono stati raccolti dall’artista nei giorni della residenza, seguendo quella che definisce come una vera e propria passione. Francesco, infatti, intraprende spesso lunghi viaggi in bici in Sicilia, in Italia e all’estero, fermandosi e facendo raccolta di frutta in ogni luogo possibile. Questi viaggi gli permettono di scoprire non solo l’abbondanza della natura, che rimane sbalorditiva nonostante la distruzione che ne ha fatto la società contemporanea, ma anche l’accoglienza e la calorosità altrettanto naturali di persone diversissime tra loro per lingua, per cultura e per identità.

 

La capra, infine, rappresenta l’essere vivente che abita il mondo e, quasi con ingenuità, lo consuma. Partendo dalla connotazione negativa che questo animale ha nella cultura, l’artista si pone l’obiettivo di fare una vera e propria istallazione per le capre, intese anche nel senso più ampio: un’istallazione, dunque, fatta anche per chi non è pratico del complicatissimo linguaggio dell’arte contemporanea. Da un punto di vista positivo, la capra si lega anche al pensiero cristiano per il quale gli uomini sono accomunati a greggi guidati da pastori verso il nutrimento e la salvezza. L’artista, in questo caso, non si pone come guida, ma lascia il proprio sole sulla terra abitata dagli animali, in modo che essi lo esplorino, lo vivano e ne facciano quello che vogliono, in libertà.

 

 

La scultura si presenta divisa in tre parti concepite per essere incastrate tra di loro, ma poste a distanza e legate soltanto da uno spago. L’artista ha deciso di dividere ciò che è stato creato per essere unito per rappresentare quelle connessioni con persone e luoghi che nonostante si siano perse, ci hanno reso quello che siamo e rimangono, per questo motivo, nel ricordo e sotto la nostra pelle. 

 

Tra queste forme astratte, risalta una sola figura riconoscibile: la cornetta di un telefono. Il telefono, infatti, è simbolo ambivalente che indica sia la presenza che l’assenza: da un lato esso ci consente di sentire le persone amate dovunque esse siano nel mondo, dall’altro ci ricorda come esse non siano fisicamente vicine, diventando così un veicolo per la malinconia. Nonostante il telefono sia di pietra, lo spettatore è invitato quasi per istinto a prendere la cornetta e a portarla all’orecchio, con un gesto così abituale da essere diventato naturale. Gli oggetti tecnologici, infatti, sono ormai così vicini a noi da costituire una sorta di seconda natura, un’estensione del nostro corpo e della nostra coscienza.

 

Questa seconda natura viene qui riprodotta utilizzando materiali recuperati dal forte, e in particolare una pietra stratificata composta da fossili marini. Un’altra connessione a distanza: con la natura e con quegli esseri che, scomparendo, hanno finito per costituire il nostro territorio, istallarsi saldamente in esso e sono diventati oggetto dei nostri gesti, della nostra attività e della nostra costruzione del mondo.

Michela Tabaton Osbourne

Sentimi

Granito, pietra arenaria, legno di eucalipto e spago, dimensione variabile

Kalin Mihov

Hiding from the highway

Performance, Canne mediterranee e spago, 250 x 240 x 70 cm

 

 

 

Utilizzando il proprio corpo come materiale, Kalin Mihov si cala sul ciglio della montagna, costruendo una nicchia in cui riposare, meditare e vivere da eremita. Tutto questo di fronte al panorama dell’autostrada, orrore post-industriale che si presenta come una sorta di macchia nel panorama del Parco Ecologico di San Jachiddu.

In un mondo in cui i luoghi naturali sono sempre più rari e costretti a convivere con la civiltà che avanza, l’artista ha deciso di mostrare il processo con cui si crea un eremita, costruendo un vero e proprio nascondiglio dal mondo moderno. La figura dell’eremita è per noi come un ideale, qualcosa di puro e incontaminato. Tramite la performance, invece, è possibile vedere la difficoltà che risiede nella scelta della vita eremitica: una difficoltà non solo personale o ideale, ma anche materiale, che risiede nella scelta del luogo e nel lavoro fatto perché esso possa accogliere chi lo abiterà. 

Lavorare la terra significa ingaggiare una battaglia con essa. Ma è solo tramite questa guerra che l’uomo può trovare pace, adattando la natura a se stesso e permettendole di crescere nel migliore dei modi. Per gli uomini, questa guerra si è tradotta in una volontà di dominio che ha finito per distruggere la natura nel tentativo di addomesticarla e di dominarla. L’eremita, invece, è innanzitutto colui che comprende la necessità di una pacificazione, che abita un posto per prendersene cura, elevarlo e fargli esprimere tutte le potenzialità.

Per questo la performance è accompagnata da una scultura che rappresenta una crisalide. Simbolo naturale di trasformazione, essa è posta per analogia accanto all’uomo che lavora, per indicare due processi omologhi che avvengono per via opposta: uno tramite il riposo e l’incoscienza, l’altro tramite l’attività e la fatica. Essa rappresenta così l’obiettivo dell’eremita: perché nella natura tutto è trasformazione, non c’è altro che divenire.